La responsabilità medica per overtreatment

di Stefano Corso -

Una donna si rivolgeva a un medico per via di un disagio estetico, per l’aspetto del piede sinistro. Le era prospettato un intervento chirurgico che giudicava troppo invasivo, perciò chiedeva se fosse possibile operare seguendo una tecnica diversa. Il medico, che aveva confermato tale possibilità, la operava invece secondo quella modalità inizialmente esposta, cui la paziente non aveva acconsentito. In seguito all’intervento, la donna lamentava dolore al piede operato e difficoltà nella deambulazione. Agiva quindi in giudizio nei confronti del chirurgo e della struttura, domandandone la condanna al risarcimento del danno patito, per la lesione del diritto alla salute e la violazione del diritto all’autodeterminazione.

Quanto alla prima contestazione, la paziente denuncia di essere stata sottoposta ad overtreatment, cioè a un trattamento sanitario esorbitante le proprie necessità terapeutiche, riportando un “prolungamento dell’invalidità biologica temporanea rispetto a quella che si sarebbe attesa a fronte di un intervento meno invasivo” e “un danno biologico permanente rappresentato dal maggior danno rispetto a quello che si sarebbe atteso a fronte di un intervento meno invasivo” nonché la mancata risoluzione delle problematiche estetiche che l’avevano portata a cercare un aiuto medico.

Secondo le risultanze della CTU, cui il giudice aderisce, l’intervento praticato, pur essendo in astratto adeguato, risulta essere stato effettivamente di portata maggiore rispetto alle esigenze cliniche della paziente, ma è da escludere, in questo caso, la sussistenza di “postumi diversi da quelli normalmente ricollegabili ad un trattamento più idoneo e meno invasivo”. È riscontrato, quindi, solo un danno biologico differenziale, rapportato alla prognosi più lunga rispetto a quella riferibile ad un intervento meno invasivo.

Quanto alla seconda contestazione, la paziente afferma di non aver prestato un valido consenso informato in relazione all’operazione chirurgica eseguita e da ciò sarebbe conseguito un danno.

Il giudice rileva che il documento di consenso informato sottoscritto presente in atti altro non è che un modulo prestampato del tutto generico, privo della data, della diagnosi, della metodica dell’intervento e delle probabilità di successo. Il consenso della paziente all’intervento risulta quindi non acquisito.

Per poter ottenere un risarcimento, però, la paziente avrebbe dovuto allegare e provare il “danno conseguenza” causato dal “danno evento” consistente nella lesione del diritto all’autodeterminazione e poiché questo non è stato nemmeno allegato, nulla è risarcibile.

Pertanto la domanda è parzialmente accolta e medico e struttura sono condannati al pagamento, in solido, della somma di 876,14 euro, a titolo risarcitorio in favore della paziente.

Tribunale Prato, Sez. Unica, Sent., 27.10.2023, n. 744