Profili di responsabilità addebitabili al chirurgo plastico

di Maria Grazia Peluso -

Una donna si sottoponeva ad un intervento di liposaler ad addome, cosce e fianchi, all’esito del quale avvertiva disturbi addominali. Dopo pochi giorni la paziente si recava a visita di controllo nel corso della quale veniva rassicurata della buona riuscita della procedura e della normalità del decorso post-operatorio. Persistendo i dolori nella zona addominale, dopo un anno la donna effettuava ulteriori esami da cui emergeva la presenza di due ernie ombelicali, parzialmente emendabili con un nuovo intervento.

La paziente citava in giudizio il chirurgo plastico chiedendo il risarcimento dei danni subiti, ritenendo il sanitario responsabile sia per non averla adeguatamente informata in merito ai rischi dell’intervento che per negligenza nell’esecuzione dello stesso.

Nel corso del giudizio veniva disposta una consulenza tecnica all’esito della quale emergeva una grave carenza documentale e descrittiva nella tenuta della cartella clinica. Nonostante ciò, la valutazione delle condizioni attuali della donna, affetta da un permanente dismorfismo dell’area addominale, permetteva ai periti di accertare l’insuccesso operatorio; la mancanza di diligenza e perizia nell’operato del chirurgo erano da ritenersi causa dell’esito insoddisfacente dell’intervento, non funzionale ad alcun risultato estetico.

Il Tribunale di Milano condividendo le conclusioni peritali, dopo avere in via preliminare ricordato come la carente tenuta della cartella clinica non configuri di per sé un danno risarcibile, ma rappresenti una circostanza che il giudice può utilizzare per ritenere dimostrata l’esistenza di un valido legame causale tra operato del medico e danno patito dal paziente (Cass. n. 12218/2015), ha ritenuto accertata la responsabilità del convenuto unicamente per il danno estetico subito dalla donna.

Sotto il profilo della lesione del consenso informato il giudice, pur in presenza di un deficit informativo, non ha ritenuto la circostanza sufficiente a riconoscere all’attrice il diritto ad un risarcimento. La donna difatti non ha provato che se correttamente informata non si sarebbe sottoposta all’intervento, né il pregiudizio di apprezzabile gravità, diverso e ulteriore da quello estetico, derivato dalla lesione del diritto all’autodeterminazione.

Infine, quanto al danno patrimoniale quantificato dall’attrice nelle spese sostenute per l’intervento, il giudice ha rigettato la domanda ritenendo dovesse qualificarsi come volta ad ottenere la restituzione dei compensi corrisposti e non il risarcimento del danno. Il Tribunale ha precisato come la domanda di restituzione del corrispettivo presupponga l’accertamento e la dichiarazione di risoluzione del contratto per inadempimento, la quale può essere implicitamente contenuta anche in altre domande aventi contenuto diverso; tuttavia, ha sottolineato il giudicante, è pur sempre necessario che dette domande siano esplicite per poter essere univocamente intese come conseguenza di quella presupposta – e implicita – di risoluzione. Nel caso di specie tuttavia tale univocità non viene ravvisata, essendosi l’attrice limitata a chiedere il risarcimento del danno.

Trib. Milano, I sez., 17.2.2021, gu Dott.ssa Massari