Decesso per complicanze e prova del nesso di causalità

di Maria Grazia Peluso -

Un minore affetto da leucemia linfoblastica acuta veniva sottoposto a un ciclo di chemioterapia e successivamente dimesso, in quanto in remissione completa. Dopo due anni la malattia recidivava e il paziente veniva ricoverato e trattato con un protocollo terapico comprendente un nuovo ciclo di chemioterapia. Dopo poco, tuttavia, il minore decedeva a causa di un’emorragia cerebrale massiva.

Agivano in giudizio i parenti, ritenendo responsabili i sanitari, chiedendo il risarcimento di tutti i danni, discendenti anche dal suicidio del nonno che si afferma causato dalla morte improvvisa del nipote.

Il Tribunale di Monza, premessa l’applicazione del principio della “ragione più liquida”, in via preliminare ha ribadito come il danneggiato, pur potendo limitarsi ad allegare l’inadempimento del danneggiante, è chiamato a provare l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e la sussistenza del nesso di causalità tra l’evento dannoso e la condotta inadempiente; ne discende che la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, mentre rimane a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere.

Nel caso di specie, il giudice, conformandosi alle conclusioni peritali, ha ritenuto che nessuna censura può ascriversi ai sanitari, non essendo stata raggiunta dagli attori la prova della sussistenza del nesso eziologico tra la condotta tenuta e la complicanza che ha condotto al decesso del minore.

Episodi di emorragia sono difatti ritenuti una probabile complicanza, anche fatale – derivante dall’elevata tossicità dei farmaci somministrati per contrastare il progresso del male – di cui il paziente e i suoi familiari erano stati informati. Inoltre, il personale sanitario si è attenuto alle linee guida allora vigenti, sia in relazione alla scelta del protocollo comprendente la chemioterapia, che per quanto concerne la somministrazione delle terapie.

Del pari infondata viene ritenuta la domanda risarcitoria in merito alla non corretta acquisizione del consenso informato. I moduli sottoposti ai familiari appaiono, infatti, idonei ad assicurare consapevolezza e conoscenza della terapia somministrata e delle possibili conseguenze. Inoltre, gli attori non hanno fornito alcuna prova né del pregiudizio disceso dalla violazione del diritto all’autodeterminazione, né che se correttamente informati avrebbero optato per una scelta terapeutica differente; atteso che a fronte della gravità del quadro clinico del minore non vi erano valide pratiche terapeutiche alternative che non prevedessero anche il trattamento chemioterapico.

Le domande attoree vengono, dunque, integralmente respinte.

Trib. Monza, 3 settembre 2021, gu. dott. Greco