Sulla sottoposizione a trattamento sanitario inutile

di Andrea Castiglioni -

Un paziente avanzava una richiesta di risarcimento del danno all’Azienda ospedaliera nella quale era stato ricoverato per un intervento chirurgico alle vertebre lombari. Egli si doleva dell’errata esecuzione dell’intervento eseguito e del fatto che per quel trattamento non era stato raccolto il suo consenso informato.

La domanda viene parzialmente accolta in quanto la CTU evidenziava il fatto che l’operazione eseguita dai sanitari si era rivelata non risolutiva del problema, ma al tempo stesso nemmeno peggiorativa dello stato di salute del paziente. In buona sostanza, si era rivelata inutile e il problema che affliggeva il paziente era rimasto inalterato, tanto da soffrire – ora come allora – della medesima patologia per cui ricorse alle cure dei medici.

Il pregiudizio subìto, pertanto, è confinato al fatto di essere stato sottoposto ad un trattamento sanitario inutile. Sussiste la voce di danno biologico inerente all’operazione subita e che non ha portato alcun vantaggio né peggioramento, anche se, dal punto di vista tecnico, era stata eseguita in modo corretto, senza complicanze o sofferenze, non invece il riconoscimento di invalidità permanente.

Segnatamente, il paziente veniva operato per la presenza di un’ernia intraforaminale, e il CTU evidenziava che l’indicazione più corretta per tale tipo di problema (…) sarebbe stata quella di procedere comunque all’asportazione dell’ernia per eliminare la compressione locale; mentre invece i chirurghi decidevano per il posizionamento di un DIAM interspinoso, ma difficilmente un semplice distanziatore poteva determinare la decompressione della radice nervosa, come poi è accaduto.

Con riferimento alla – pretesa – mancanza di un consenso informato regolarmente raccolto prima dell’esecuzione del trattamento, e al danno conseguentemente patito, il Tribunale aderisce dichiaratamente all’orientamento che qualifica tale danno non già come danno in re ipsa, ma come conseguenza dannosa che deve essere supportata da idonea prova che il danneggiato deve fornire.

Per il Tribunale il danneggiato che eccepisca la violazione dell’obbligo di informazione deve provare che, se l’informazione preventiva fosse stata fornita, egli avrebbe rifiutato quel trattamento sanitario (Cass. 16394/2010 e Trib. di Napoli n. 1325/2017). Pertanto, laddove dovesse emergere che il paziente avrebbe comunque e in ogni caso deciso di sottoporsi a quell’intervento, l’eventuale violazione dell’obbligo informativo – con violazione del diritto all’autodeterminazione – non fonderebbe una pretesa di danno.

Sulla base di tale premessa, dato che il paziente non allegava nulla circa l’ipotetico suo diverso consenso in caso di informazione esaustiva, viene ritenuto superfluo l’approfondimento circa le modalità che i sanitari avrebbero utilizzato (con firma su “foglio in bianco” oppure no) per raccogliere il consenso informato.

Trib. di Lecce 6.12.2019 n. 3812