Omessa diagnosi di cancro e responsabilità dei sanitari

di Redazione -

C.G. chiedeva la condanna dei medici nonché della struttura sanitaria al risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, in tesi subiti a seguito: a) dell’omessa tempestiva diagnosi di una patologia cancerosa con conseguente evoluzione della malattia neoplastica e perdita di chance di sopravvivenza; b) dell’errata scelta, anche per omissione delle biopsie operatorie, ed esecuzione dell’intervento di resezione del retto, cui era conseguita grave complicanza funzionale consistente nell’impossibilità di controllare la fuoriuscita di gas e feci; c) nella violazione del proprio diritto ad essere previamente informato della propria effettiva condizione di salute all’atto dell’intervento e delle complicanze post operatorie.

All’esito della perizia tecnica, il giudice rilevava come, secondo il criterio di valutazione civilistica del nesso causale nel comportamento professionale di natura omissiva, nel conseguente giudizio controfattuale fosse ben più probabile che non che, ove il medico avesse posto in essere i comportamenti omessi, la patologia cancerosa del C. avrebbe potuto essere diagnosticata con un anticipo di circa 15 mesi rispetto a quanto poi avvenuto. Esclusa altresì l’erroneità della scelta del trattamento terapeutico, al giudice è restato da esaminare l’ulteriore addebito correlato alla violazione del c.d. consenso informato, assumendo l’attore che, ove posto a conoscenza della complicanza di incontinenza poi verificatasi, non avrebbe dato il proprio assenso all’intervento.

Appare evidente che il modulo di consenso informato sottoscritto dal C. è documento standard e omnicomprensivo, privo di qualsiasi riferimento concreto alle specificità dell’intervento cui doveva essere sottoposto. Nello stesso si dà effettivamente atto che il paziente rifiutava espressamente l’intervento maggiormente demolitivo ovvero la stomia definitiva (c.d. “sacchetto”), il che induce a ritenere che vi sia stato un colloquio più approfondito medico/paziente sui tipi di intervento praticabili e sulle loro sequele.

Senonchè tale considerazione non è certamente idonea a porre prova, nemmeno presuntiva, che il C. sia stato effettivamente informato della possibile/prevedibile, sia pur inevitabile, lesione sfinteriale comunque correlata all’intervento, pur meno invasivo, prescelto. E, d’altro canto, neppure può essere accolta senza verifica di ragionevolezza l’affermazione del C. in ordine al proprio diniego di consenso ove di essa fosse stato informato.

Ma tale verifica non può che avere esito negativo laddove si consideri che una corretta informativa avrebbe dovuto avere, altresì, ad oggetto la drastica riduzione delle probabilità di sopravvivenza, che sarebbero passate dal 40% (in caso di intervento) a solo il 20% (percentuale assai vicina ad una prognosi di morte pressochè certa) in caso di omissione dello stesso.

Ed allora, se si considera che, in sede di anamnesi, pur confermando di avere espresso un chiaro diniego ad un intervento di stomia definitiva, lo stesso C. ha comunque, infine, riconosciuto che “ADR – R: “… se qualcuno mi avesse detto rifletti tra stomia e morte … ci avrei pensato a lungo e la avrei considerata”, appare davvero razionalmente non credibile che, in assenza di ulteriori alternative, lo stesso avrebbe rifiutato anche il minore intervento poi concretamente effettuato, che avrebbe raddoppiato le sue probabilità di sopravvivenza.

Seguendo l’ordine adottato dal CTU, lo stesso ha confermato l’esistenza di un c.d. danno oncologico correlato all’accertato colpevole ritardo diagnostico di almeno un anno, che determinò al momento della diagnosi uno stato avanzato di malattia, con una possibilità di guarigione (all’esito delle cure) pari al 40%; percentuale che avrebbe potuto essere dall’80 al 60% se la malattia fosse stata diagnostica in uno stadio precoce. Tale voce di danno si è tradotta in domanda attrice nella richiesta risarcitoria per perdita di chance di guarigione e/o di sopravvivenza pari ad una media del 25-30%, laddove tali  percentuali sono calibrate su un arco temporale di cinque anni,  ampiamente decorsi senza nuova insorgenza di malattia.

Alla luce di quanto in premessa e dato il tempo trascorso, dunque, non è emersa prova all’attualità di un danno da perdita di chance di sopravvivenza/guarigione, anche se ciò non comporta affatto l’irrisarcibilità dell’ovvia e grave sofferenza soggettiva patita dal C. nel primo quinquennio in ragione della possibilità di una ripresa della malattia con le relative conseguenze: tale danno ben può essere preso in considerazione, infatti, in termini di personalizzazione nella quantificazione del danno biologico permanente.

Trib. Bologna, sez. III, 30 gennaio 2018, gu. Drudi