Nesso di causalità e perdita di chance, in un caso di ritardata esecuzione di un intervento chirurgico

di Stefano Corso -

Con sentenza 27 novembre 2017, n. 3795, il Tribunale di Firenze ha potuto affrontare svariati profili della responsabilità medica.

Nel caso di specie, un paziente, condotto al pronto soccorso a causa di un forte dolore al torace, dopo alcuni esami e una visita medica, veniva trasferito per mezzo di autoambulanza presso un secondo ospedale. Qui, dopo circa due ore e mezzo dall’arrivo, era sottoposto a intubazione orotracheale e dopo circa un’altra ora si sottoponeva a un intervento cardiochirurgico. Dopo un po’ di giorni era trasferito presso un centro di riabilitazione cardiologica, ma il suo quadro clinico peggiorava rapidamente e, trasportato nuovamente al pronto soccorso, moriva. Agivano quindi in giudizio i familiari nei confronti della struttura ospedaliera presso cui si era svolta l’operazione, domandandone la condanna al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, patiti, iure proprio e iure hereditatis, sostenendo che i ritardi dei sanitari avrebbero determinato pregiudizio non solo per le probabilità di riuscita dell’intervento chirurgico ma anche per quelle di sopravvivenza post operatoria.

Il giudice, dopo aver preliminarmente rigettato le eccezioni di rito sollevate da parte convenuta, condivide le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, secondo cui il ritardo tra l’arrivo del paziente in ospedale e l’inizio dell’intervento sarebbe stato eccessivo, perciò considera la struttura sanitaria responsabile, ai sensi dell’art 1228 c.c., per condotta negligente del personale sanitario.

Il Tribunale procede poi ad analizzare le problematiche attinenti al nesso di causalità, con ampi riferimenti alla giurisprudenza di legittimità. A tal proposito ritiene applicabile al caso in esame il principio di diritto cui è approdata la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18392 del 2017, per cui «ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, è onere del danneggiato provare il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e l’azione o l’omissione dei sanitari, mentre è onere della parte debitrice provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione; l’onere per la struttura sanitaria di provare l’impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile sorge solo ove il danneggiato abbia provato il nesso di causalità fra la patologia e la condotta dei sanitari».

Ferma restando la provata negligenza data dal ritardo dei sanitari nel procedere con l’intervento chirurgico sul paziente, è possibile «dedurre un tasso di mortalità aumentato del 3,5% ovvero tra il 3,5 e il 7%, a seconda che si ricorra alla legge statistica richiamata dal CTU o dal CTP di parte attrice. In questa sede – scrive il giudice – non si può tuttavia ricavare deduttivamente l’esistenza del rapporto di causalità da una legge scientifica, persino se di carattere universale, attraverso forme di automatismo. A partire dalla c.d. sentenza Franzese, Cass. pen., SS.UU., sent. n. 30328/2002, è stato, infatti, abbandonato il criterio della probabilità statistica, in favore del concetto di “probabilità logica” che implica un giudizio complessivo: partendo pur sempre dalle leggi statistiche deve effettuarsi una verifica aggiuntiva della credibilità della legge di copertura nel caso concreto. La soglia di probabilità cui deve accedersi in sede civile, però, è meno elevata di quella richiesta in sede penale, stanti le diversità morfologiche e funzionali delle due discipline (in proposito si vedano Cass. civ. 21619/2007 e Cass. SS.UU. Sent. n. 576/2008), pertanto per riconoscere la sussistenza di nesso di causa non sarà necessario raggiungersi una soglia di “elevata credibilità razionale” bensì anche solo un soglia meno elevata che, con diverse forme espressive, viene individuata nelle “serie ed apprezzabili possibilità”, “ragionevole probabilità” ecc., obbedendo alla logica del “più probabile che non”».

Alla luce delle valutazioni circa l’aumento del rischio di riuscita dell’intervento nei pazienti di età superiore ai settant’anni e nei pazienti che all’esordio presentano complicanze, come in questo caso, non è possibile reputare che l’inadempimento del personale sanitario, consistito nel menzionato ritardo, abbia causato la morte del paziente, risultando, al contrario, “più probabile che non” che la patologia che affliggeva il paziente avrebbe comunque determinato le complicazioni cliniche, da ultimo sfociate nel decesso. «In definitiva non è possibile affermare, in termini di probabilità logica, che senza le 3 ore e mezzo di ritardo il paziente avrebbe avuto ragionevoli probabilità di guarigione. […] In una diversa ottica deve invece essere esaminata la causalità da perdita di chance, la quale si attesta tout court sul versante della mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato terapeutico, da intendersi, rettamente, non come mancato conseguimento di un risultato soltanto possibile, bensì come sacrificio della possibilità di conseguirlo, intesa tale aspettativa (la guarigione da parte del paziente) come “bene”, come diritto attuale, autonomo e diverso rispetto a quello alla salute (in tal senso la già richiamata sentenza Cass. civ. sent. n. 21619/2007)».

Il Tribunale richiama allora la relativa nozione data dalla S. C. con la sentenza n. 4400 del 2004, secondo cui «la chance, o concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, non è una mera aspettativa di fatto ma costituisce una entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale». Se non è dunque possibile dire che l’evento morte si sarebbe verificato o meno in relazione alla condotta dei sanitari, si può però affermare che il paziente abbia perso, per effetto dell’inadempimento detto, delle chances che statisticamente aveva, quantomeno di godere di una più lunga sopravvivenza.

Di conseguenza trova accoglimento la domanda risarcitoria avanzata dagli attori a titolo ereditario, per la perdita di tali chances, di una qualitativamente migliore e/o quantitativamente maggiore sopravvivenza.

Il giudice tuttavia non riconosce un danno da perdita di chance «di protrazione del rapporto parentale, richiesto da tutti gli attori non perché in astratto non sia configurabile ad avviso del giudicante, ma perché in concreto, nel caso in esame, non appare aver un valore apprezzabile».

Pertanto la domanda viene accolta, limitatamente al risarcimento del danno non patrimoniale iure hereditatis, da perdita di chance, e parte convenuta è condannata al pagamento della somma di euro 12.500,00, in favore di ciascuna delle due eredi legittime, moglie e figlia.

Trib. Firenze, sez. II, 27 novembre 2017, n. 3795, gu. Minniti