La responsabilità “contrattuale” della struttura sanitaria e il danno da perdita di chance

di Simona Galluzzo -

La fattispecie in esame è originata dalla domanda di risarcimento del danno avanzata dalla figlia del defunto paziente preso in cura da una struttura sanitaria del nord Italia. L’attrice propone domanda di risarcimento muovendo dalla duplice pretesa iure hereditatis per quel che concerne la perdita di chance del padre di vivere più a lungo e di godere di una migliore qualità della vita nel periodo della patologia e iure proprio per il danno derivante dal minor tempo trascorso con il padre.

Il Tribunale di Milano esprime alcune considerazioni con riferimento alla responsabilità della struttura ospedaliera. In particolare il Giudice conferma quanto già affermato dalla giurisprudenza della Suprema Corte: si tratta di una responsabilità contrattuale dove il contratto può ritenersi concluso anche per fatti concludenti. La semplice accettazione del malato presso la struttura comporta la conclusione di un contratto atipico “di spedalità” o di “assistenza sanitaria” dal quale sorge l’obbligo di adempiere, unitamente a prestazioni sanitarie, anche prestazioni secondarie ed accessorie. La struttura ospedaliera, afferma il Giudice milanese, risponde altresì ove il danno sia stato cagionato dai propri dipendenti in ragione della occasionalità necessaria. In altre parole, laddove la struttura ospedaliera si avvalga dell’opera dei propri dipendenti risponderà, secondo quanto disposto dall’art 1228 c.c., altresì del danno da essi cagionato colposamente o dolosamente in forza del principio di appropriazione o “avvalimento” dell’attività altrui per l’adempimento della propria obbligazione.

Alla luce di tali considerazioni il giudicante, accogliendo la ricostruzione effettuata dai CTU, ritiene che, pur potendo considerare corrette le scelte terapeutiche effettuate dai sanitari, è da rilevarsi un tardivo riscontro della recidiva. La tempestiva diagnosi della patologia avrebbe effettivamente determinato un aumento delle chance di sopravvivenza di alcuni mesi. Riportando le parole della sentenza “la terapia in questo caso non deve essere valutata come terapia salvavita e destinata ad ottenere la guarigione del paziente ma in quella diversa di garantire al malato una sopravvivenza più lunga; in questi termini anche una minima capacità di prolungare la vita del paziente merita di essere apprezzata sotto il profilo della chance risarcibile”. La Sentenza si sofferma altresì sull’eventuale concorso di colpa da rinvenirsi della condotta del paziente il quale, secondo quanto affermato dai convenuti, avrebbe omesso di sottoporsi ai controlli necessari. Il Giudice sul punto chiarisce che a fronte delle generiche indicazioni fornite dai medici non si potesse pretendere dal paziente una condotta diversa da quella da questi tenuta. Si osserva peraltro che, sottoponendosi ai controlli suggeriti dai sanitari, il paziente avrebbe dimostrato un buon livello compliance alle indicazioni terapeutiche.

Quanto al danno risarcibile il Giudice ammette il risarcimento del danno da perdita di chance nella duplice prospettiva apportata dalla attrice di privazione della opportunità di una migliore qualità della vita e di anticipato decesso per recidiva non tempestivamente diagnosticata. Con riferimento alla quantificazione del danno perdita di chance il Giudice chiarisce che si deve tenere conto per un verso della prossimità della situazione fattuale al conseguimento del risultato sperato e, per altro, alla maggiore o minore idoneità delle chance a garantire questo risultato. Il danno è da liquidarsi in via equitativa non essendo presenti parametri normativi a supporto del Giudicante. In tale situazione il danno va modulato in considerazione delle peculiarità del caso concreto, ossia in considerazione della vicenda clinica, tenendo conto di ogni aspetto morale che concorre a descrivere il danno non patrimoniale e che, sulla base delle risultanze e delle allegazioni anche presuntive fornite dalle parti, costituisce danno conseguenza della perdita di chance.

Infine la sentenza rigetta la domanda di risarcimento del danno iure proprio promossa dalla attrice per la prematura perdita del padre. A supporto di tale conclusione il Giudice riporta la giurisprudenza della Suprema Corte secondo la quale, ai fini del risarcimento del danno per l’uccisione di un prossimo congiunto, si deve tenere conto dell’intensità del vincolo familiare, della consistenza del nucleo familiare, delle abitudini di vita e di ogni circostanza idonea a vagliare quale possa essere stata la sofferenza patita dal familiare. Il Giudice ha ritenuto non apprezzabile sotto il profilo risarcitorio le allegazioni fornite dalla attrice a supporto di tale specifica pretesa.