La Regione Veneto ricorre alla Corte costituzionale contro il decreto legge n. 73/2017 in tema di vaccinazioni obbligatorie

di Arianna Thiene -

La Regione del Veneto ha presentato ricorso in via principale avanti alla Consulta contro il decreto legge contenente disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale (d.l. 7 giugno 2017, n. 73, G.U. n. 130 del 7/6/2017), decreto che, al fine di assicurare la tutela della salute pubblica e di garantire il rispetto degli obblighi assunti a livello europeo e internazionale, ha reso per i minori di età compresa tra zero e sedici anni obbligatorie e gratuite, in base alle specifiche indicazioni del Calendario vaccinale relativo a ciascun anno di nascita, le seguenti vaccinazioni: a) anti-poliomielitica; b) anti-difterica; c) anti-tetanica; d) anti-epatite B; e) anti-pertosse; f) anti-Haemophilus influenzae tipo b; g) anti-meningococcica B; h) anti-meningococcica C; i) anti-morbillo; l) anti-rosolia; m) anti -parotite; n) anti-varicella (art. 1, comma 1) [Cfr. S. Rossi, Il decreto legge sui vaccini: tra salute pubblica e scelte individuali; A. Thiene, Nuovi obblighi per Famiglie e Scuole in tema di vaccinazioni obbligatorie, contributi entrambi pubblicati in questo sito].

La Regione del Veneto chiede ai Giudici delle Leggi che venga dichiarata l’illegittimità costituzionale:

1) dell’intero decreto legge n. 73 del 2017 e, in ogni caso, dell’articolo 1, commi 1, 2, 3, 4 e 5, e degli articoli 3, 4, 5 e 7, per violazione dell’art. 77, comma 2, della Costituzione, in combinato disposto con gli articoli 117, commi 3 e 4, e 118 della Costituzione.

Convinta della validità dei programmi di vaccinazione, la Regione Veneto ha scelto con l. reg. 23 marzo 2007 n. 7 di privilegiare un modello basato sul consenso informato e sull’alleanza terapeutica finalizzata ad una adesione consapevole e responsabile. Questa strategia, che rifiuta un sistema coercitivo ritenuto in contrasto con il principio di autodeterminazione in materia di trattamenti sanitari, ha garantito il raggiungimento di elevati livelli di copertura, che si sono attestati al di sopra del 90% per la maggior parte delle patologie (7 su 12), e in ogni caso sopra la soglia critica per tutte le altre.

La ricorrente contesta un intervento statale con lo strumento del decreto legge, non ravvisando i presupposti di cui all’art. 77, comma 2, della Costituzione, e cioè la sussistenza di casi straordinari di necessità e urgenza. Anche in considerazione del fatto che la soglia del 95% di copertura vaccinale è stata indicata dall’OMS come ottimale «ma mai come soglia critica, e unicamente per il complesso DTP (difterite-tetano-pertosse)», per cui non vi sarebbe alcuna emergenza di sanità pubblica che giustifichi l’imposizione dell’obbligo di dodici vaccinazioni.

Una valutazione del rischio epidemico generalizzata a tutte le dodici diverse patologie, previste all’art. 1, comma 1 del decreto legge n. 73 del 2017, sembrerebbe, in altre parole, del tutto arbitraria.

Viene inoltre messo in luce come l’imposizione alle Regioni di una disciplina dettagliata nel sistema di somministrazione dei vaccini (che comporta obblighi in capo ai Dirigenti scolastici e ai Responsabili per i servizi educativi per l’infanzia) finisca non solo per vanificare il sistema scelto dalla Regione Veneto, ma anche col condizionare l’accesso dei bambini ai servizi scolastici, determinando così una lesione delle competenze regionali in materia di tutela della salute e di istruzione.

2) dell’articolo 1, commi 1, 2, 3, 4 e 5, e degli articoli 3, 4, 5, del decreto legge n. 73 del 2017, per violazione degli articoli 2, 3, 31, 32, 34 e 97 della Costituzione, in combinato disposto con gli articoli 117, commi 3 e 4, e 118 della Costituzione.

Per la ricorrente le disposizioni impugnate dovrebbero essere dichiarate incostituzionali per la violazione del diritto alla salute e del diritto all’istruzione (artt. 2, 32 e 34 Cost.). Vengono al riguardo richiamati i diritti alla dignità e all’autodeterminazione, proclamati agli artt. 1 e 3 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea. Suggestivo è anche il riferimento all’art. 24 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.

In ragione dell’intensa e solerte attività informativa, educativa e organizzativa realizzata in questi anni e dei risultati emersi dai Report regionali sul monitoraggio della sospensione dall’obbligo vaccinale, la ricorrente denuncia come «del tutto irragionevole e mancante di proporzionalità […] il passaggio da una strategia vaccinale basata sulla convinzione ad una basata sulla coercizione». L’evidente irragionevolezza della normativa impugnata sarebbe confermata dal fatto che viene imposto l’obbligo di vaccinazione anche per patologie non a rischio endemico.

Per la Regione sarebbe evidente la violazione del principio di buon andamento dell’amministrazione (art. 97 Cost., in combinato disposto con gli artt. 117, comma 3, e 118 Cost.). Le previsioni normative censurate investono le aziende sanitarie locali non solo di tutti gli adempimenti relativi alla somministrazione dei vaccini, ma anche di tutta una serie di obblighi di accertamento, segnalazione, contestazione e irrogazione di sanzioni amministrative. Tutto questo si traduce in «una grave ingerenza nelle competenze regionali in materia di organizzazione e funzionamento del Servizio Sanitario Regionale, con potenziali ricadute negative sulla capacità della Regione di erogare efficacemente i servizi sanitari».

3) dell’articolo 1, commi 1, 4 e 5, e degli articoli 3, 4, 5, e 7 del decreto legge n. 73 del 2017, per violazione degli articoli 81, comma 3, e 199, commi 1 e 4, della Costituzione.

Last but not least la Regione Veneto rileva la totale assenza di copertura finanziaria necessaria a fronteggiare gli ingenti oneri derivanti dalle nuove vaccinazioni, tutte rese obbligatorie in modo indiscriminato.

In conclusione è utile ricordare che le modifiche introdotte durante l’iter di conversione in legge del decreto legge (già illustrate sul sito) verranno ad incidere solo in modo residuale sul giudizio di legittimità costituzionale, nella misura in cui per giurisprudenza consolidata un decreto legge può essere impugnato in quanto tale, e in questo caso l’impugnazione si estende alla legge di conversione (Corte cost. 272 e 287 del 2004; 383 del 2005).

Vedi testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale

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