Consenso informato e c.d. complicanze: quando la struttura sanitaria può essere ritenuta responsabile

di Maria Grazia Peluso -

Con sentenza del 18.1.2019 il Tribunale di Nola affronta il tema della responsabilità ascrivibile alle strutture sanitarie in caso di c.d. complicanze.

Nel caso di specie un paziente, affetto da carcinoma prostatico, veniva sottoposto all’esame TAC Total Body, con somministrazione di mezzo di contrasto, a cui seguiva una grave reazione allergica che ne causava il decesso. Gli eredi del de cuius convenivano in giudizio l’azienda sanitaria lamentando come il loro congiunto non fosse stato adeguatamente informato, a fronte dell’età e delle condizioni di salute in cui versava, delle possibili complicanze.

L’azienda ospedaliera convenuta chiedeva il rigetto della domanda attorea sul presupposto che il paziente fosse stato adeguatamente informato, avendo egli sottoscritto un modulo di consenso ed essendosi già in precedenza sottoposto al medesimo esame diagnostico; il che non poteva che implicare la conoscenza della procedura e dei rischi connessi.

Il Tribunale campano, chiamato a pronunciarsi sul tema delle c.d. “complicanze”, chiarisce anzitutto come la nozione clinico-medica di complicanza non sia idonea a tradursi tout court in un fatto di esclusione della colpa medica. Nella letteratura specialistica, infatti, detto termine indica unicamente un evento avverso, insorto nel corso dell’iter terapeutico, statisticamente noto. Appare chiaro, pertanto, come tale nozione non possa avere rilievo sul piano giuridico dal momento che, qualora un processo patologico sia statisticamente conosciuto – e come tale configurante una complicanza secondo il linguaggio medico – ma ciononostante sia possibile prevederlo ed evitarlo, nulla sul piano giuridico muta nella valutazione della responsabilità del medico. Il Tribunale, conformandosi alla prevalente giurisprudenza di merito e di legittimità, ribadisce pertanto come non sia sufficiente la mera dimostrazione che l’evento dannoso costituisca una complicanza per superare la presunzione ex art. 1218 c.c. Dal punto di vista giuridico, infatti, il peggioramento delle condizioni di salute del paziente può ricondursi solamente o ad un fatto prevedibile ed evitabile – come tale ascrivibile a colpa del medico – oppure ad un fatto imprevedibile o non evitabile (o entrambi), integrando così gli estremi della causa non imputabile (ex multis Cass., 30.6.2015, n. 13328).

Da ultimo viene indagato il profilo di responsabilità azionato dagli attori attinente alla violazione del dovere di informazione da parte della struttura ospedaliera. Chiarito preliminarmente come il diritto alla salute e il diritto all’autodeterminazione debbano essere tenuti distinti, il Giudice prosegue nell’argomentazione ribadendo come il danno per mancato consenso informato debba essere valutato in concreto, tenendo presenti le reali possibilità di scelta del paziente. La rilevanza causale del mancato consenso, pertanto, sussisterebbe solamente quando la lamentata disinformazione avesse comportato una scelta terapeutica che, altrimenti, sarebbe stata rifiutata o modificata dal paziente stesso. Nel caso in esame infatti, nel rigettare la domanda attorea, il Giudice ritiene che i congiunti abbiano del tutto omesso di dedurre che qualora il paziente fosse stato adeguatamente informato dei possibili rischi legati all’esame diagnostico non avrebbe prestato il consenso all’esecuzione dello stesso. Inoltre gli attori non avevano né disconosciuto la scheda di consenso informato prodotta dall’azienda convenuta, e sottoscritta dal de cuius, né fornito alcun elemento, nemmeno indiziario, circa uno stato di incapacità naturale del congiunto tale da inficiarne la effettiva capacità di discernimento. A ciò deve aggiungersi, ribadisce il Giudice campano, che dalle risultanze probatorie è all’opposto emerso come il paziente fosse perfettamente consapevole della procedura a cui stava per essere sottoposto, avendo egli già avuto esperienza della stessa. Il Tribunale di Nola mostra così di conformarsi all’orientamento della Suprema Corte secondo cui qualora il paziente sia perfettamente a conoscenza dell’intervento a cui viene sottoposto, l’eventuale inadempimento dell’obbligo di informarlo diviene giuridicamente irrilevante a fronte della mancanza di un valido nesso di causa tra detto inadempimento e le conseguenze dannose del vulnus alla libertà di autodeterminazione (Cass., 27.03.2018, n. 7516).

Trib. Nola, I sez., 18 gennaio 2019, gu Astarita